Opere

I. Testi pre-ruzantiani e quattro-cinquecenteschi

-Il sonetto Paduanus di Nicolò de’ Rossi

Fa parte della tenzone in veneziano, padovano e trevisano presente nel Canzoniere di Nicolò de’ Rossi. Gli studiosi non concordano sull’attribuzione dei sonetti: per Maria Corti essi sono stati composti da tre diversi autori: Giovanni Quirini e Guercio da Montesanto, poeti noti, e l’ignoto Liberale da San Pelagio. Per Gianfranco Folena si tratta di una tenzone fittizia e caricaturale ad opera dello stesso autore (Nicolò de’ Rossi). Furio Brugnolo, pur propendendo per la seconda ipotesi, ammette la possibilità che ci fosse stata una tenzone veneziana-padovana tra Quirini e Guercio cui successivamente Nicolò de’ Rossi abbia aggiunto il sonetto tevigiano. In ogni caso la datazione alta dell’opera (per la Corti il 1308) fa sì che la possiamo considerare il più antico documento di letteratura pavana.

-I sonetti di Marsilio da Carrara e Francesco di Vannozzo

Databili tra il 1360 e il 1370, provengono dal codice contenente le rime del Vannozzo e presentano alcune difficoltà di interpretazione a causa di accenni a personaggi e situazioni a noi sconosciuti.

-I sonetti pavani del codice Ottelio

Si tratta di undici sonetti in padovano rustico contenuti nel cod. Ottelio della Bibl. Comunale di Udine, che fu compilato in massima parte dal veronese Felice Feliciano, amico di Giorgio Sommariva i cui sonetti in veronese e bergamasco sono contenuti nello stesso codice. Emilio Lovarini ha datato i sonetti a prima del 1470, data della più tarda sottoscrizione del codice; inoltre, sulla base dell’attribuzione di alcuni di questi undici sonetti a un certo ‘Eliseo padovano giureconsulto’, attribuisce a questo sconosciuto autore tutte le composizioni in pavano. Invece Giovanni Fabris (e gli studiosi contemporanei concordano con lui) invece attribuì i sonetti allo stesso Giorgio Sommariva, per affinità linguistica e stilistica con i sonetti in veronese dello stesso. I sonetti sono di argomento prevalentemente erotico (anche osceno) mentre altri descrivono scene di violenza tra contadini o come essi sono visti dai cittadini.

-Il sonetto del Santo

Si tratta di una composizione anonima, ritrovata nel foglio di guardia dell’edizione del Fasciculus temporum di Werner Rolewink (stampata a Venezia nel 1484), che esalta la bellezza della Basilica di S. Antonio.

-Sonetti ferraresi

Si dividono in due gruppi. Il primo, di 32 sonetti, si trova in un manoscritto compilato a Bologna nel 1494 assieme a 29 sonetti in lingua, questi ultimi scritti dal bolognese Ermete Bentivoglio contro Ferrara (alleata dei Francesi che si apprestavano a assediare Bologna); questi sonetti in dialetto ferrarese antico (molto affine al pavano) sono testi satirici (scritti in ambiente colto ma che hanno come protagonisti i contadini) contro i governanti della città di Ferrara, colpevoli di affamare il popolo: un modo per biasimare anche dall’interno i nemici di Bologna. Il secondo gruppo di sonetti sono 12 dialoghi che hanno avuto l’onore di essere stampati in un’antologia più tarda (1507) di poeti cortigiani; qui si rappresentano scene di vita contadina che rispetto ai primi sonetti ferraresi hanno perduto parte della loro carica sovversiva, anche se non sono del tutto avulse dagli eventi storici contemporanei.

-Frotola d’un vilan da Bonden che se voleva far cittadin in Ferrara

Altro testo di ambito ferrarese, è databile poco oltre il 1484, all’indomani della guerra del sale tra Ferrara e Venezia. È una satira antivillanesca con qualche spunto di “compartecipazione” alla situazione dei contadini, vessati dalle autorità.

-I mariazi

Fanno parte di una tradizione popolare che va dalla frottola di Francesco di Vannozzo al XVII sec.

Questi quattro testi in rima baciata probabilmente erano anche recitati e rappresentano diverse fasi legate al matrimonio contadino: la lite tra pretendenti, risolta dal decano del villaggio dopo aver sentito l’opinione della noizza, la registrazione della dote e il rito vero e proprio, le lodi della sposa. Ill tutto caratterizzato da una comicità greve, piena di doppi sensi e aperte oscenità. I testi, per come si presentano nei manoscritti e nelle stampe, è piuttosto corrotto e presenta difficoltà di ricostruzione e interpretazione.

-Contrasto del matrimonio

Sempre legato alla tradizione dei mariazi, di cui cosatituisce l’ideale continuazione, questo testo rappresenta una lite davanti al giudice tra l’anziano marito conservatore e autoritario e la moglie giovane e avida di soldi e sesso. Nel contrasto la moglie si difende talmente bene che il marito alla fine snon solo i rivelerà cornuto ma se ne farà una ragione.. L’accuratezza delle rime e alcuni riferimenti (come quello a Tifi Odasi) riconducono il testo all’ambiente dello Studio patavino di fine ‘400.

-Pianto della Tamia

Si tratta di una trasposizione comica del topos popolare del lamento funebre della vedova. Qui la vedova dopo la disperazione iniziale rivela di avere già da tempo chi la consola. Il fatto che il marito sia morto in guerra induce a datare l’opera poco dopo il 1509, anno della rotta di Agnadello.

-El testamento de Sier Perenzon

Anche il testamento è un genere letterario popolare piuttosto diffuso, anche se generalmente è riferito a una personificazione del Carnevale. Qui è un pretesto per sfogare la vena misogena insita nella prima produzione pavana fino a Ruzante incluso. Il vecchio moribondo se la prende infatti con la moglie, di cui elenca i difetti e che egli maledice. Lo stile più rozzo lo accumane, anche cronologicamente, ai Mariazi.

-Dialogo de Sacoman e Cavazon

Si tratta di tre sonetti più una quartina a rima incrociata che riportano una causa giudiziaria di pignoramento per debiti tra contadini che si riempiono reciprocamente di ingiurie.

-Alfabeto dei villani

È il componimento di maggior qualità della produzione pavana extraruzantiana del ‘500, sia per la precisione metrica (terzine dantesche ) sia per il contenuto, apparentemente più vicino alla condizione contadina. In realtà la presenza nel testo delle accuse più infamanti, cui non segue la minima giustificazione, fa pensare a un livello molto alto di satira.

-Poesie politiche

Così Emilio Lovarini definiva un gruppo di componimenti contenuti in codici veneziani scritti in occasione dell’assedio di Padova delle truppe imperiali del 1509 e sulla successiva sconfitta dei padovani ribellatisi alla Repubblica. La guerra vista dalla parte dei contadini, rimasti fedeli a Venezia perché li proteggesse dalle devastazioni delle truppe imperiali. Ma non solo la guerra: c’è un interessante poesia metalinguistica e/o metaletteraria in cui dei contadini si lamentano di essere seguiti da dei cittadini che vogliono copiarne la parlata: una sorta di autodenuncia di dialettalità riflessa da parte dell’anonimo autore.

-Sonetto di Leonardo Trevisan

È un sonetto osceno che ridicolizza l’immagine di Cupido e indirettamente della letteratura e trattatistica amorosa. L’autore è un veneziano, Leonardo Trevisan, uno dei tanti verseggiatori pavani non padovani.

-Dialogo di duoi villani padovani

Si tratta di un opuscolo, stampato con una certa cura editoriale, contenente una raccolta di nove componimenti in dialetto pavano attribuiti a un certo Antonio B.L., anche se le differenze stilistiche e contenutistiche interne alla raccolta fanno pensare a più di un autore. Le notizie biografiche del curatore dell’edizione veneziana, Candido Bindoni, e gli accenni alla diffusione del protestantesimo, collocano i componimenti in un periodo non anteriore al decennio 1530-40. La raccolta comprende diversi generi metrici (ottava, sonetti, frottola, barzelletta) e affronta la tematica erotica sotto diversi punti di vista: la lode amorosa “classica”, la combine del matrimonio, la ricerca della soddisfazione carnale ecc.

-Il dialogo di Rocco degli Ariminesi

L’autore, la cui esistenza è discussa ma probabile, ha scritto questo dialogo tra il 1535 e il 1538 in onore della Serenissima e dei suoi reggitori a Padova, Pietro Lando e Marco Barbarigo. Si tratta del divertente resoconto da parte di un contadino della sua permanenza di due giorni a Venezia, descritta come meravigliosa ma allo stesso tempo piena di inganni.

-Pronostico alla villotta sopra le putane

Si tratta di una frottola, probabilmente composta e stampata a Venezia verso la metà del ‘500 in un opuscolo “usa e getta” tipico dell’editoria popolare del tempo. Oggetto della satira non sono solo le prostitute, di cui si predice un destino infausto, ma anche il mondo dei dotti: del “pronosticatore” si dice che è talmente dotto da sapere che il bue è prima vitello ecc.

-Viaggio de Bellon e Grigion per barca da Padoa a Venetia

È il capostipite di una tradizione letteraria che arriva fino a Goldoni: il viaggio in burchiello da Padova a Venezia, attraverso le varie tappe intermedie (Strà, Dolo, Oriago) ognuna delle quali costituiva per i contadini una prova da superare con la furbizia. Questo componimento, di poco posteriore alla metà del XVI sec., presenta esplicite citazioni ruzantiane.

-Stanze pavane

Si tratta di un componimento di matrice petrarchesca formato da sei strofe dalla disposizione metrica originale: sono formate a loro volta da due quartine a rima incrociata (come nei sonetti) e un distico baciato (come nelle ottave). Così come il taglio della tematica amorosa, anche il pavano di queste stanze è colto, con una sintassi “italiana”. La composizione va collocata genericamente a cavallo della metà del secolo: siamo ormai più vicini ai poeti vicentini che a Ruzante.

II. Ruzante

-La Pastoral

Esordio di Angelo Beolco, databile negli anni 1517-18, è una commedia pastorale, in atto unico, plurilingue (toscano letterario, pavano, bergamasco) e in versi: una satira antivillanesca in cui tuttavia è già abbozzata la polemica contro una letterarietà artefatta che sarà uno dei temi portanti delle opere più mature.

La trama: Il vecchio pastore Milesio è innamorato della ninfa Siringa che però, innamorata di un bel giovane, lo respinge in malo modo causandone il suicidio. L’amico Mopso, ritrovandone il corpo, gli sviene accanto e sembra morto. Il pastore Arpino seppellisce Milesio aiutato da Lacerto, il quale però deve andarsene; allora Arpino, per la seconda sepoltura, chiede aiuto al contadino Ruzante. Dopo vari equivoci comici Ruzante accetta ma presto sia ccorge che Mopso è vivo. Allora Arpino ricorre al medico, cui si rivolge anche Ruzante perché il padre cadendo si è fatto male, ma il contadino fraintende ogni indicazione. Alla fine i pastori e il medico vanno a ringraziare il dio Pan e sono raggiunti da Ruzante con doni per il medico: non per aver salvato suo padre, ma per non averlo salvato, permettendo così a Ruzante di acquisire in eredità campi e bestie.

-La Betia

Lunga commedia in versi (frottola) in cinque atti, che rielabora in un’unica trama la tradizione pavana preesistente (in particolare il mariazo e il lamento della vedova) e imbastisce nel nome del “naturale” una satira contro l’amore platonico dei dialoghi Asolani del Bembo.

È testimoniata da due redazioni scritte tra il 1524 e il 1527: C (ms Grimani-Correr) è completa e metricamente meno elaborata, M (ms Marciano XI 66) presenta una lunga lacuna ma è metricamente più accurata (pagando però uno scotto alla freschezza espressiva).

La trama: Nale, Bazarelo e Barba Scati, prendendo spunto dall’innamoramento di Zilio per Betia, litigano sulla natura di Amore: Barba Scati spiega il significato allegorico dell’immagine di Cupido e Bazarelo lo deride. Nale spinge Zilio a corteggiare Betia e poi, di fronte al suo insuccesso (non era stato abbastanza deciso) a rapirla, con l’intento – noto a Betia, che è contenta di avere due uomini, ma non a Zilio – di godersela lui. Nale e Zilio durante la fuga litigano e donna Menega riesce a riportare a casa sua figlia Betia. Ne nasce uno scontro che viene sedato dall’oste Taçio, che convince Menega a dare Betia in sposa a Zilio. Dopo lo sposalizio Nale, che insiste a volere per sé Betia, viene ferito da Zilio e creduto morto. Riavendosi, Nale si finge uno spirito condannato all’Inferno con la moglie Tamia, che all’inizio si lamenta della perdita del marito e poi pensa a risposarsi con Meneghello, già da tempo suo amante. Allora Nale le rivela di essere vivo e fa la pace con Zilio proponendogli di tenere in comune le donne, ben contente della cosa. La commedia si conclude con Meneghello che si ripromette di unirsi ai quattro.

-Dialogo facetissimo

Recitato nel gennaio 1529, col ricordo della guerra della lega di Cognac ancora vivo, apre la fase ruzantiana dei Dialoghi.

La trama: Duozo informa Menego che un altro progetta di prendergli Gnua; vanno quindi da lei e cantano insieme, ma sopraggiunge il rivale Nale, che picchia il vanaglorioso ma vigliacco Menego e porta via Gnua. Menego dichiara di essere stato assalito da molti e minaccia il suicidio. Il sacerdote di Diana evoca lo spirito di Giacomo Zaccarotto, che racconta che in Paradiso egli vive allegramente andando a caccia.  Poi il sacerdote fa tornare Nale e Gnua e riconciliare tutti.

-Parlamento di Ruzante (Prtimo dialogo)

Ambientato nell’estate del 1529, riprende la trama del Dialogo facetissimo rinunciando agli elementi folklorici per accentuare la drammaticità della situazione storica caratterizzata, all’indomani della guerra di Cognac, da carestie, miserie nelle campagne, sovraffolamento delle città, specialmente da parte delle donne, costrette dalla fame alla prostituzione. È il momento di maggior adesione di Ruzante alla condizione dei contadini.

La trama: Ruzante, che nella speranza di fare fortuna si era arruolato, ritornato più povero di prima arriva a Venezia per riprendersi la Gnua, che nella capitale ha cercato di sopravvivere facendo la vita e legandosi ad un bravo: ma la donna si rifiuta di tornare alla miseria precedente con Ruzante, che viene menato dal bullo. Egli sostiene di essere stato colpito da cento uomini e, quando il compare Menato, cerca di riportarlo alla realtà, si rifugia ulteriormente nella sua illusione sostenendo di essere stato vittima di magia.

-Bilora (Secondo dialogo)

Di poco posteriore al Parlamento, rappresenta il contrasto città-campagna in una fase di normalità ma con una maggiore drammaticità teatrale.

La trama: Bilora è venuto a Venezia per riprendersi la moglie Dina, che gli è stata portata via, un po’ con la forza un po’ consensualmente, dal mercante veneziano Andronico; ma Dina, benché si rammarichi dell’età avanzata del mercante, non vuole lasciare quella vita agiata, e per tenere buono Bilora accetta di seguirlo se convincerà Andronico a lasciarla andare; salvo poi negare questa intenzione, una volta richiesta al vecchio tramite l’amico di Bilora, Pittaro. Bilora allora, esaltato dal vino, attende al varco Andronico per dargli una lezione e quando questi esce di casa lo uccide a coltellate.

-La Fiorina

La commedia, di datazione incerta (poco dopo il 1530?), trasforma il mariazo in una commedia regolare in prosa estremamente lineare.

La trama: Ruzante è innamorato di Fiore, ma viene picchiato, senza osare difendersi, dal rivale Marchioro, cui la ragazza si promette. Ruzante, dopo aver tentato invano di farle cambiare idea, la rapisce con l’aiuto di altri. Marchioro minaccia vendetta ma la situazione si risolve con l’intervento dei padri di Fiore e Ruzante: Ruzante terrà Fiore e Marchioro avrà la sorella di Ruzante.

-La Moscheta

Capolavoro teatrale di Ruzante, vede la sua stesura definitiva nel 1532 circa. Si tratta di una commedia regolare a tutti gli effetti, privata degli elementi folklorici per valorizzare il motivo topico della beffa ai danni del marito cornuto e l’amore come forza che spinge gli uomini a fare qualsiasi cosa. Il contadino è inurbato, quindi non c’è più la polemica tra città e campagna, semmai, come riporta il titolo, resta quella tra naturalezza e artificiosità (intesa come imitazione dei foresti) nei costumi e nella lingua.

La trama: Menato, innamorato della comare Betia (che ricambiava) arriva a Padova, dove lei si è trasferita col marito Ruzante, per tentare di convincerla a scappare con lui. Egli progetta di far litigare i coniugi e per raggiungere lo scopo gli basta suggerire a Ruzante di mettere alla prova la fedeltà di Betia fingendosi un forestiero; Betia, caduta nel tranello, si riscatta convincendo Ruzante di averlo riconosciuto e di essere stata al gioco e, arrabbiata per la scarsa fiducia del marito, lo cornifica veramente col soldato bergamasco Tonin che, essendo stato stato derubato da Ruzante, antepone la restituzione di Betia a quella dei denari. È Menato che li sborsa pur di avere Betia. Egli, per allontanare di casa Ruzante e godersi sua moglie, lo convince a fare una spedizione punitiva notturna contro Tonin ma abbandona Ruzante per strada in preda al terrore per il buio. Menato, trovando Tonin a casa di Betia, lo bastona, poi fa lo stesso a Ruzante; infine, fingendo di giungere solo in quel momento, lo riporta a casa. Ma si capisce che Menato ormai ha preso il controllo della situazione.

-Piovana

Composta nel 1532, è la prima commedia ruzantiana di derivazione classica: la trama ricalca la Rudens di Plauto, con contaminazioni di commedie terenziane e l’influenza della Cassaria di Ariosto. Essa segna la trasformazione del contadino pavano nel servo furbo.

La trama: Il giovane Siton, innamorato di Nina, che con Gheta è in mano al ruffiano Slavero, per sfuggire altre nozze stabilite dalla madre, scappa di casa alla ricerca dell’amata e arriva a Piove (di Sacco). Qui si ritira anche suo padre Maregale, che non si dà pace per la fuga del figlio e diventa amico di Tura; in seguito a un naufragio, giungono lì anche le due ragazze, ma anche il ruffiano, che cerca di riprendersele, col compare Osto. Il servo di Siton, Garbugio, facendoli credere luterani scatena contro di loro una folla inferocita. Le ragazze, ospiti di Maregale, vengono però cacciate da sua moglie Resca che, mal informata da Garbinelo in cambio di denaro, le crede sue amanti. Ma il pescatore Bertevelo trova il cofanetto di Nina, grazie al quale Tura riconosce in lei la figlia perduta anni prima. Col ricongiungimento di Siton, i genitori dei due giovani acconsentono alle nozze mentre Garbugio mette in fuga il ruffiano facendogli credere di essere inseguito dalla polizia.

-Vaccaria

Composta nel 1533, è un libero rifacimento dell’Asinaria di Plauto, contaminata con altre commedie del commediogarfo latino. Qui lo spazio riservato al pavano si restringe ai servi, lasciando più spazio alla lingua letteraria che non è più, come nella Pastoral, ipercaratterizzata a fini caricaturali.

La trama: A Padova il giovane Flavio ama Fiorinetta, la cui madre Celega vuole avviarla alla vita da cortigiana. Flavio non ha più denari per riscattarla e la sua avara madre Rospina non vuole dargliene. I servi Vezzo e Truffo allora organizzano una truffa a un mercante di vacche grazie alla quale ottengono il denaro necessario a Flavio. La situazione si complica perché Polidoro, che vuole per sé la ragazza, avverte Rospina dei bagordi del figlio. Ma poi la situazione si risolve: Celega confessa di non essere la madre di Fiorinetta e annuncia di voler cambiare vita, Rospina acconsente alle nozze dei due giovani.

-Anconitana

Commedia sulla cui datazione non c’è uniformità di opinione tra gli studiosi (per Padoan risale al 1534-35, per Milani è precedente alle due commedie classiciste), plurilingue (pavano, veneziano, toscano letterario), si inserisce pienamente nel panorama della commedia regolare sia per l’intreccio che per i riferimenti letterari, numerosi e privi di vis polemica.

La trama: Tre giovani, i siciliani Tancredi e Teodoro e Gismondo (in realtà Isotta) di Gaeta, offrono a Padova i loro servigi per ripagare il mercante che li ha riscattati dai Turchi. Gismondo è acquistato come servo dalla moglie del ricco sensale veneziano sier Tomao, che se ne è invaghita (restandone però delusa). Di lui ad Ancona si era innamorata anche la vedova Ginevra, che arriva a Padova travestita da uomo per cercarlo, scoprendo però che Gismondo è sua sorella Isotta, che era stata rapita da piccola. Tancredi sposa Isotta e Teodoro Ginevra; sier Tomao, innamorato della cortigiana Doralice, ottiene grazie al servo Ruzante un appuntamento con lei sui colli durante il quale la moglie a sua volta lo cornifica.

– Prima Orazione

Recitata da Ruzante nell’agosto 1521 nella villa del Barco ad Altivole (presso Asolo) di fronte al cardinale Marco Cornaro, appena nominato vescovo di Padova (titolo che allora, prima della Controriforma, non prevedeva alcun effettivo impegno religioso). Si tratta di una parodia delle orazioni ufficiali di ambito accademico; infatti è recitata da un contadino che presenta a nome della villa diverse richieste tutt’altro che serie e realistiche, ma in cui emerge chiaramente il concetto di ‘naturale’ opposto polemicamente al distorto mondo cittadino.

-Seconda Orazione

Altra orazione recitata sempre alla villa di Asolo di fronte al nuovo cardinale Francesco Cornaro nell’estate del 1528. Tuttavia in questo testo i toni sono meno festosi per i riferimenti alla grave carestia che colpisce il Veneto in questi anni, aggravata dalla recente guerra di Cognac, che assieme all’attività degli speculatori ha stremato i contadini.

-Lettera giocosa

Recitata a Venezia nel carnevale del 1524, è una parodia del genere epistolare in cui, con notevole efficacia teatrale, il Beolco prima polemizza coi letterati accademici, poi fa delle proposte piene di doppisensi ad una gentildonna veneziana.

-Lettera all’Alvarotto

Inviata il 6 gennaio 1536 (o 1537 se la data è more veneto), è la celebrazione di un ideale di vita lieta fatta attraverso il racconto di un sogno in cui l’ombra di Barba Polo gli ha descritto il regno dell’Allegrezza: un approfondimento di un tema già affrontato ma che a quest’altezza, in cui ogni antinomia (dialetto-lingua, campagna-città, naturale-artificiale) è superata, diventa centrale.

III. Alvise Cornaro

-Orazione per il cardinale Marco Cornaro.

È un rimaneggiamento, databile tra il 1545 e il 1547, della Prima Orazione ruzantiana, molto più lungo e prolisso del suo modello.

-Pianto per la morte del Bembo

Orazione funebre in onore del grande letterato veneziano, che pertanto deve essere stata scritta a ridosso del gennaio 1547.

IV. Giacomo Morello

-La Terza Orazione

Stampata da Stefano Alessi nel 1551 come opera di Ruzante assieme alle altre due orazioni del Beolco, è un’arringa comica in favore della casa urbana di petrarca che rischiava di essere distrutta durante i lavori di ricostruzione del coro della cattedrale di Padova.

-Le lalde e le sbampuorie della unica e virtuliosa Ziralda, ballarina e saltarina scaltrietta pavana

È una lettera di elogio di una famosa ballerina pavana, indirizzata a un certo messer Martin dall’Agnolo, stampata da Alessi nel 1553. In essa si celebra la grazia e la leggiadria della ragazza, la sua bellezza fisica e morale e si testimonia l’interesse per il ballo, che nel ‘500 coinvolgeva ogni classe sociale.

-Il Ridiculoso sdottoramento (In nome de Gattamelà…)

Stampato assieme ad altri testi nel 1551 da Alessi, è una burlesca discussione di laurea, quella di un personaggio chiamato Desconzò di Sbusenazzi, di cui vengono tessute le lodi che in realtà sottendono una satira del mondo dei dotti che era stata già cara al Ruzante.

-Questo si è un zanzume d’un sletran pavan….

Compare nello stesso opuscolo del Ridiculoso sdottoramento ed è un altro testo di elogio, stavolta nei confronti del cantarin veneziano Pirisson, indirizzato a un certo Arminio, fondato sull’analisi paraetimologica del nome (Pirison = suono + peri, quindi suono dolcissimo) e da cui l’autore trae il pretesto per celebrare la vita campestre, che il canto accompagna e sostiene.

-A sier Bragon Scachio Buranello

Altro testo dell’opuscolo del Ridiculoso sdottoramento, è la risposta a una lettera in veneziano del vecchio padrone Bragon Scachio indirizzata all’amato gastaldo Morelo, in cui egli manifestava l’intenzione di lasciare la città lagunare per curare le ferite d’amore in campagna. La risposta del contadino commenta lo stato mentale dell’innamorato, che ha ormai perso il contatto con la realtà, e alterna i rimproveri ai suggerimenti.

-Sprolico in lengua pavana

Pubblicato da Alessi nel 1553 assieme a una lettera d’amore e un sonetto, è un discorso comico che si dice essere stato recitato nel 1548 in occasione della fine del mandato podestarile del Battaglia a Piove di Sacco, di cui un contadino elogia la buona condotta esprimendo dolore per la sua partenza.

-Lettra in lengua pavana

Lettera d’amore scritta da Morello alla padrona del suo cuore inclusa nel volumetto dello Sprolico, ricorda la Lettera a una so morosa di Ruzante solo in apparenza: qui non c’è parodia della trattatistica amorosa ma un discorso di stampo petrarchesco in cui l’amante non ricambiato lamenta l’indifferenza dell’amata, il proprio deperimento fisico e i dolori inflitti da Amore.

-Sonetto segondo alla pavana

Sonetto, incluso nel volume dello Sprolico, indirizzato da Morello alla donna amata (Betta) alla quale il poeta descrive le ormai insopportabili sofferenze amorose nella speranza di commuoverla.

V. Giancarli

-La Capraria

Pubblicata nel 1544, è una commedia regolare plurilingue, in cui i servi astuti, a imitazione delle commedie di Ruzante, parlano in pavano, e riprende spunti da altre commedie cinquecentesco (gli Ingannati, la Calandra ecc.).

La trama: Il vecchio greco Gerofilo, che ha cambiato nome in Afrone, si trova a Ferrara, dove sono Demetrio e Campaspe (noti come Lionello e Dorotea), suoi figli rapitigli quando erano piccoli. Sia Afrome che Lionello amano Dorotea, in mano al ruffiano Famelico; mentre il vecchio è più volte beffato dal servo Brusca (di cui è innamorata la moglie di Gerofilo), Lionello è aiutato dal suo servo Ortica, che con una scommessa toglie la fanciulla al ruffiano e alla fine sarà lui a sposarla.

-La Zingana

Edita nel 1545, altra commedia plurilingue (tra cui il pavano dei servi) con diverse influenze (Ariosto, Ruzante, Aretino, oltre che la Calandra).

La trama: Medoro è stato sottratto nella culla, dov’era ssieme alla gemella Angelica, da una zingara che l’ha sostituito col proprio figlioletto, poi morto. Ora, 14 anni dopo, la zingara si reca con Medoro a Treviso, dove abita il vecchio greco Acario, padre del ragazzo, con la moglie Barbarina e la figlia; di questa è innamorato il giovane Cassandro, di cui è innamorata Barbarina. Cassandro chiede aiuto alla ruffiana Agata, la cui figlia Stella è corteggiata da Acario senza successo. Dopo diversi equivoci, la zingara rivela l’identità di Medoro, Cassandro sposa Angelica e il servo Spingarda ha Stella.

VI. Andrea Calmo

-Las Spagnolas

Prima commedia calmiana a essere stampata (nel 1549), è quella con maggiore vivacità teatrale; non a caso ha goduto di maggior fortuna, a giudicare dall’altro numero di ristampe. In essa domina la lingua veneziana, ma sono presenti inserti plurilingui, come quello del villano (pavano).

La trama: Il vecchio veneziano Zurloto, il bergamasco capitan Scarpella (che “fa lo spagnolo”, da cui il titolo, come Ruzante nella Moscheta) e il soldato greco Floricchi sono innamorati e chiedono aiuto rispettivamente al villano Rosato, al bravo Spezzaferro e al facchino Menchin, i quali però progettano di beffarli e li fanno finire in situazioni ridicole. Dopo varrie vicissitudini Scarpella deve sposare la donna che egli ha rapito per vendetta verso il bravo, mentre al facchino, che è stato bastonato dal villano e dal soldato, viene data in moglie la serva di Zurloto.

-Il Saltuzza

Commedia stampata nel 1551, accanto agli ingredienti consueti (travestimenti, scambi di persone, personaggi come il servo furbo, il èarassita, il vecchio innamorato) presenta la novità della serva vecchia e brutta che desidera il bel giovane finendo però per essere punita per le sue mire.

La trama: Il giovane Polidario è innamorato di Clinia, moglie del vecchio Melindo, a sua volta innamorato della sorella di Polidario. Saltuzza, il servo pavano di Polidario, cerca di aiutare il padrone appoggiandosi all’anziana serva di Clinia, Rosina, che però, innamorata del giovane, nel buio si sostituisce alla padrona; ma il progetto non va a buon fine. Dopo una complessa serie di scambi, travestimenti e bastonature Clinia si congiunge con Polidario e sorprende Melindo in compagnia di Rosina (che credeva essere la sua amata), così il vecchio cornuto dovrà anche subire la sfuriata di gelosia della moglie e chiederle perdono.

-La Potione

Stampata nel 1552, è una commedia farsesca in quattro atti che rielabora la Mandragola di Machiavelli.

La trama: Il vecchio mercante veneziano Despontao, marito di Calidonia, reso ridicolo dai suoi innamoramenti senili, è desideroso di avere un figlio maschio; lo studente Randolfo, innamorato di Calidonia, con l’aiuto del servo pavano Rospo si fa passare per medico e fa credere a Despontao che la moglie potrà rimanere incinta tramite una pozione che, tuttavia, è pericolosa per il primo uomo che giacerà con lei. Viene dato questo compito a un garzone che non è altro che Randolfo travestito.

-La Fiorina

Stampata nel 1553, è una commedia farsesca in tre atti che riscrive in chiave plurilingue l’omonima commedia di Ruzante.

La trama: Il pavano Brunelo e il bergamasco Sandrin sono entrambi innamorati di Fiore, che preferisce il secondo. Anche il vecchio veneziano Cocolin, accompagnato dal musico Alegreto, è innamorato di lei. I due giovani rivali dopo aver litigato fanno la pace e rinunciano entrambi alla ragazza la quale, abbandonata, viene sposata da Cocolin, che promette in sposa a Alegreto una propria sorella.

-La Rodiana

Stampata nel 1553 come commedia di Ruzante, il Calmo ne rivendica la paternità e in effetti, nonostante l’affinità tematica con l’Anconitana, lo stile è quello del commediografo veneziano.

La trama: La bolognese Liguria e sua figlia Delia, sotto i nomi di Sofronia e Beatrice, vengono da Rodi a Parma alla ricerca del rispettivo marito e padre, il medico Teofilo, partito dall’isola natia 15 anni prima col figlio Roberto e che ora abita a Parma sotto il nome di Demetrio. Qui arriva anche Diomede, fratello di Teofilo. Il vecchio avvocato veneziano Cornelio e il figlio Federico sono entrambi innamorati di Beatrice, mentre Roberto è invaghito della moglie di Cornelio. Gli innamorati prendono l’iniziativa aiutati da servi e mezzani. La peggio ce l’ha Cornelio: una volta si trova in casa Roberto e crede che sia un frate venuto per guarire il servo pavano Truffa; una volta, dopo aver chiuso fuori casa l’adultera, esce credendo che essa si voglia suicidare e viene lasciato fuori e coperto di improperi dalla donna. Alla fine, dopo vari casi, Federico sposa Beatrice e Cornelio è “perdonato” dalla moglie.

-Il Travaglia

Stampata nel 1556 ma composta nel 1545, è una commedia plurilingue che presenta spunti da altre commedie (la Calandra, gli Ingannati).

La trama: Il mercante Raguseo Polinesso con la figlia Leonora è venuto a abitare a Venezia sotto falsa identità; qui vive Camillo, il figlio rapito molti anni prima, di cui è innamorata Ersilia, che si traveste da servo (Travaglia) per essergli vicina. Egli però ama Leonora, che è amata anche dal vecchio veneziano Collofonio, padre di Ersilia, e suo figlio Policreto. In favore dei giovani intervengono servi, mezzani e bravi. Collofonio, seppur beffato e bastonato, riesce a ottenere da Polinesso il consenso alle nozze. Ma Leonora fugge con Policreto mentre Ersilia si dichiara a Camillo. Alla fine avvengono le nozze delle coppie giovani.

VII. Postruzantiani

-Le Rime di Magagnò, Menon e Begotto

Quattro libri, pubblicati tra il 1558 e il 1583, di poesie in pavano, composte dai vicentini Giovan Battista Maganza, Agostino Rava, Marco Thiene e molti altri letterati, caratterizzate da un’ampia varietà metrica (sonetti, canzoni, madrigali, ercolane ecc.) e dalla trasformazione del villano pavano, rude, vitale, polemico verso il mondo cittadino, nella figura del boaro, assimilabile a quella del pastore arcade, sotto cui si celano, pertanto, dei letterati che si rifugiano fuori dalla storia e celebra, idealizzandoli, l’amore, la natura, la vita dei campi ecc.

-Claudio Forzatè. La Pastorale

Opera rimasta inedita, è una complicatissima e divertente commedia pastorale, un puro divertimento giovanile scritto attorno al 1575.

-Rime di Sgareggio

Raccolta poetica in lingua pavana, stampata attorno al 1583, del boaro Sgareggio Tandarelo da Calcinara, che compare anche nelle Rime di Magagnò e altri non è che Claudio Forzatè.

-La tubba de Durello

Componimento di Domenico Lampietti, contenuto in una raccolta di rime pubblicata nel 1582, consiste nella descrizione in versi, attraverso il metro dell’ercolana, della trebbiatura. Si tratta di una risposta alla Tubia di Menon contenuta  nelle Rime di Magagnò, Menon e Begotto.

-Lo stuggio del Boaro

Si tratta di un “manuale del bifolco” in lingua pavana composto nel 1603 ma pubblicato nel 1612 dal contadino Ceccon d’i Paravia da Montesello, nomenagia del letterato Lucio Marchesini. Essendo un piccolo proprietario terriero egli nel trattato dà dei reali insegnamenti frutto di esperienza diretta prendendo in giro i trattati contemporanei di agronomia basati sulle autorità classiche.

-Prenuostego snaturale de Pasquale delle Brentelle

È la prima parte dell’omonimo libretto, pubblicato a Venezia nel 1614, di Pasquale dalle Brentelle, nomenagia sotto cui non sappiamo chi si celi. Si tratta di un testo dal contenuto non certo scientifico (es. se gli asini fregano la schiena sul terreno, la pioggia è qui) ma scritta con un tono “semiserio”, a parte l’uso del pavano, che ostenta intenti realmente didattici nei confronti di contadini e scienziati.

Il Pronostico denota delle conoscenze astronomiche che fanno pensare, per quanto riguarda l’autore, alla cerchia universitaria. È composto da terzine “popolareggianti”, con primo e terzo verso in rima e secondo verso irrelato, divise a seconda del fenomeno atmosferico che viene previsto: pioggia, vento, bel tempo, brutto tempo, caldo, freddo, neve, ghiaccio, sereno, grandine, lampi, tuoni, terremoto, cometa, abbondanza, carestia.

-I perpuositi de favellare

Contenuti nel libro del Prenuostego, sono una serie di massime e sentenze in pavano, alcune più serie (l’esperienza mantiene le case che vengono rovinate dagli ignoranti), altre comiche (fu stabilito dal comune di Sborauro che pisciare contro vento non è sicuro), enunciate quasi sempre sotto forma di wellerismi (delle false citazioni attribuite a personaggi di fantasia: Slainava la Leziera a Bertevello,  la Doviga de Bortolo Mazzocco disea, Baldin Tortolato saea dire, ecc.), sempre  in terzine ‘A x A’ o ‘x A A’ (dove x è un verso irrelato) mentre le ultime otto sentenze sono più articolate e in ottave.

-I timpi da somenar gi hortale insegnè alla so Nina

Altra parte del Prenuostego, è una serie di indicazioni pratiche, in terzine ‘A x A’ o ‘x A A’ su cosa e come seminare mese per mese. Una sorta di versione rustica della corona di sonetti dei mesi di Folgore da San Gimignano. Una formula ripresa recentemente dal famoso rapper veneto Herman Medrano nel brano “No se poe petenai”.

-Recuordi ai contain o sea cettain hanorè

Ultimo testo contenuto nel Prenuostego, è una serie di consigli agricoli, enunciati ancora come wellerismi ma in prosa, che insistono sull’osservazione della Luna, dei pianeti e delle stelle prima di dedicarsi a una certa attività (es. Tosa le pecore quando la luna cresce).

-Dialogo de Cecco di Ronchitti da Bruzene

Dialogo di contenuto astronomico in pavano pubblicato nel 1605 da un autore, il monaco benedettino Girolamo Spinelli celato sotto nomenagia pavana, vicino a Galileo Galilei. L’argomento di discussione è la natura della “stella nuova”apparsa il 10 ottobre 1604.