La linguistica

Ad oggi il più completo studio linguistico sul pavano resta quello di R. Wendriner (Die paduanische Mundart bei Ruzante) benché sia datato 1889 e pertanto non abbia potuto giovarsi delle edizioni critiche, molto più recenti. Nell’attesa di poter caricare sul sito un pdf dell’inedita traduzione dell’opera fatta da L. Renzi, possiamo riportare le principali caratteristiche dei volgari del Veneto centrale e in particolare di quella variante rustica che si riscontra nei testi pavani.

Che il pavano quattro-cinquecentesco non sia una lingua inventata, pur mettendo in conto delle ipercaratterizzazioni espressionistiche da parte degli autori, ce lo testimonia il primo linguista della storia, Dante Alighieri, che nel De vulgari eloquentia, passando in rassegna i volgari italiani, scrive: «… Paduamos turpiter sincopantes omnia in –tus participia et denominativa in –tas ut mercò et bontè…» (I, xiv, 4-7), cioè (traducendo liberamente) ‘i Padovani troncano in modo turpe i continuatori delle forme latine in  –atum , –atem  come nel caso di mercò e bontè (< mercatum, bontatem)’. Dante aveva colto la caratteristica più tipica del Veneto centrale, anche rispetto agli altri volgari veneti: la stabilità delle vocali a spese delle consonanti intervocaliche; nella fattispecie l’occlusiva dentale sorda /t/ non si limita a sonorizzare in /d/ ma si indebolisce fino a dileguare generando un incontro di vocali (marcao, bontae), di cui si ha traccia nella duecentesca Omelia padovana, che presto si fondono in –ò, -è, proprio come avviene nei testi pavani.

Anche le vocali finali sono piuttosto stabili rispetto a altri dialetti settentrionali e veneti: cadono solo –e e –o dopo consonante nasale, per cui abbiamo pan ‘pane’, (h)om ‘uomo’ mentre è rarissimo il tipo canal del veneziano e inesistente il tipo grand del trevigiano.

Un altro importante fenomeno del pavano, anch’esso testimoniato da testi trecenteschi di carattere didascalico (e quindi linguisticamente “sinceri”) come l’Erbario carrarese e la Bibbia Istoriata è la metafonesi: le vocali toniche /e/ e /o/ per influsso di –i finale si chiudono in /i/ e /u/, per cui mese al plurale diventa misi, toso diventa tusi e troviamo le forme verbali bivi ‘bevi’ e fussi ‘fossi’ A volte, invece, -i finale determina invece della chiusura vocalica un dittongamento: vuostri, intiendi.

Gli stessi testi testimoniano delle genuinità di altri fenomeni linguistiche tipici dei testi pavani: il tipo laldare< laudare dove /u/ diventa /l/ per reazione ipercorretta alla tendenza di /l/, consonante piuttosto evanescente, a vocalizzarsi; l’esito –lli> –gi (igi lett. ‘elli’, biegi ‘belli’), l’esito –arium> –aro (zenaro ‘gennaio’, fevraro ‘febbraio’, staro ‘staio’).

Invece non compare nei testi padovani antichi ma in testi cinquecenteschi bellunesi e trevigiani (che ne confermano la veridicità) la desinenza –on, -om della I p.p. (andon, andom ‘andiamo) che deriva, come il francese –ons (allons), dall’estensione a tutte le coniugazioni del continuatore della desinenza del verbo ‘essere’ (sumus) con caduta di vocale finale.